JACQUES GUIGOU
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TRADUCTIONS D'ÉCRITS de Jacques GUIGOU

 





Traductions de textes théoriques
 et politiques

Italien

 
Incontri, socianalisi, autogestione (1980)
La città degli ego (1984)
Il senno di poi della psicanalisi (1985)
Un umanità capitalizzata : la formazione delle risorse umane (1995)

 

Portugais

Problemas de uma sociologiade juventude rural   (1968)

O Sociologo Rural e Ideologia da Mudança   (1986)




 Jacques  GUIGOU


Incontri, socianalisi, autogestione

 

 

Cio che è più misterioso e affascinante negli incontri, è la loro genesi, la loro preistoria, il loro istituennte. E' il modo come l'utopia.del progetto diviene realtà, e gli immaginari individuali e collettivi si storicizzano.

Nell'odierno momento socio-storico, in cui gli incontri si svuotano delle loro dimensioni collettive, ossia trasformatrici e creatrici di situazioni, mi sembra importante che una riflessione sulle condizioni della possibilità autogestionaria s'innterroghi sull'attuale cedimento degli incontri di persone e di gruppi alla ricerca della loro autonomia.

E' vero che quest'ultimo decennio è stato ricco di esplorazioni collettive ed esperimenti di ogni tipo nell'intento di tracciare nuove strade verso l'abolizione dei rapporti mercantili. Sia che si trattasse di lotte anticapitaliste nelle industrie o di tentativi di comunità di vita, di lavoro, d'educazione, è un fatto che sono nate numerose iniziative che hanno fornito degli apporti decisivi per la storia dei consigli operai o dei movimenti sociali di collettivizzazione. Poichè non hanno trascurato i problemi pratici della vita quotidiana, le questioni di fondo che la nostra società statalizzata presenta come risolvibili in termini tecnici e organizzativi ― quali i rapporti uomo/donna, il sesso, l'abolizione del salariato, il superamento della famiglia borghese, la gestione del tempo, l'appropriazione dello spazio ― alcuni di questi collettivi a indirizzo autogestionario, sono arrivati a riconoscere il momento della loro asssociazione come un momento centrale e decisivo della loro pratica.

 Nel portare avanti uno sciopero selvaggio, nel creare una comunità di lavoro, nel lanciare una lotta anti-nucleare, nel costituire il collettivo di una radio libera, ecc., fra gli individui liberamente associati si opera un processo energetico, molto complesso, che nel corso della presente ricerca io definisco col termine di INCONTRO.

Questo movimento pratico dell'incontro, in quanta creatore di una nuova forma sociale o azione anticipatrice d'una critica generalizzata del metodo statale di produuzione, rappresenta comunque un campo d'analisi molto poco studiato.

Avanzo qui l'ipotesi che è proprio per aver troppo a lungo ignorato o sottovalutato l'importanza concreta dell'analîsi della loro pratica istituente, che numerosi collettivi legati a movimenti sociali di liberazione e di lotta anti-statale, si sono burocratizzati, oppure hanno dovuto soccombere.

Certo, le strategie e i mezzi del nemico di classe, hanno ugualmente i loro effetti massicci osottili; è anche vero che l'analisi collettiva della pratica attuata nell'incontro, non può realizzarsi unicamente centrata sui "modi di stare insieme e di agire insieme".

Una socio-analisi permanente e generalizzata ha altrettanti effetti interni che esterni.

La duplice questione dell'intervento socio-analitico interno al collettivo in movimento o dell'intervento esterno d'un collettivo di socio-analisti in un collettivo, si pone oggi con nuova acutezza. La divisione del lavoro analitico e tutto cio che essa implica come istituzione di potere, dev'essere ugualmente esaminata senza concessioni aIle dotttrine analitiche ufficiali (psicanalisi freudiana, psicosociologia, sociologia funzionalista, analisi sistematica, marxismo-leninismo, ecc.)

Essendo portato dalle mie motivazioni professionali, sociali e libidinali a vivere o a incontrare dei gruppi ― talora dei collettivi ― nei tre settori dell'industria, dell'educazione e della terapia, mi accingo a discutere il concetto di INCONNTRO in questi tre settori d'attività.

 

Sotto i gruppi... l'incontro

  E' forse giunto il momento, ora che l'alienazione degli incontri nei gruppi ha varcato soglie  insospettate, al punto che ci vengono vendute delle prozioni di vita confezionate sotto vuoto e recanti l'etichetta "gruppi d'incontro", di accelarare la decomposizione teorica et pratica del gruppo come forma sociale feticcio ?

Il piccolo gruppo, la dinamica di gruppo, l'analisi di gruppo di cui anche l'ultimo psicosociologo, l'ultimo manipolatore sociale si compiace, appaiono ormai per quello che non hanno mai cessato d'essere : il fallimento di un incontro.

Per un gruppo, il colmo della confusione è quello di ritenersi sogggetto della propria storia, mentre non fa che riprodurre la propria incapacità ad analizzare le sue condizioni di produzione come gruppo assoggettato.

I tentativi teorico-sperimentali che anno spinto molto lontano la dialettizzazione del rapporto istituente/istituito in un gruppo, oggi non sembrano essere più di grande aiuto per fare uscire l'ideologia di gruppo dal suo egemonismo monumentale.

Così, l'approccio sartriano del "gruppo-in-fusione[1]", définito come una totalizzazione incompiuta, come un processo in via d'unificazione infinita, nonostante la sua fecondità per la critica del piccolo gruppo psico-sociologico, non consente di capire i ribaltamenti di prospettive ontrodotti dalle nuove pratiche di certi collettivi che rompono con i modi dominanti di regolazione et di controllo nei gruppi. Similmente, l'approccio schizo-analitico tracciato da Deleuze e Guattari, nel 1972, in "L'anti-edipo", ma già presente in precedenti lavori del secondo autore[2], riportala dimensione libidinale nel cuore di quegli embrioni di partoti-stato che sono i gruppuscoli politici.

Attraverso la promozione di concetti quali trasversalità, gruppi soggetti/gruppi assoggettati, deterritorializzazione, prende avvio l'analisi di enormi frammenti rimossi dell'inconscio statale dei gruppi militanti. Tuttavia, stella filante in un cielo denso di nebulose teoriche, la schizo-analisi non arriva a superare lo stadio delle velleità, e lascia relegata nell'oblio soprattutto quella non meno ingente caterva di mediazioni del potere statale, in cui numerosi gruppi-soggetto, portatori di trasversalità, perdono la loro identità e la loro autonomia.

In breve, facendo della schizoidia un principio generale e positivo, i filosofi del CERFI[3] consacrano la separazione istituita fra lo spazio-tempo pratico nei quali s'inseriscono i gruppi sociali e i loro modi d'azione. Questo neo-bergsonismo, riveduto e corretto dalla psicanalisi, sfocia nella negazione del politico, nell'estetismo dei "flussi desideranti".

Ora, questa negazione del politico è anche la negazione del "lavoro negativo" degli analizzatori che rivelano le contradizioni interne ed esterne dei gruppi. Bisogna altresi segnalare che le strade buttute da certi ricercatori freudiani su gli "apparati psichici du gruppo (groupaux)[4]", lungi dal fornire degli strumenti d'analisi sui processi du reificazione nei gruppi, non fanno che riproporre con un vocabolario rinnovato i vecchi idealismi della cattiva coscienza borghese, ch'essi spacciano per categorie universali.

Il loro strutturalismo psicanalitico si perde in modelli formali e vuoti. Il minimo "fantasma" di gruppo diviene oggetto d'una retorica dei segni che non ha alcune presa su fine e mezzi del gruppo in questione. Isolare nella sfera separata del simbolico le attività psichiche du gruppo è condannarsi a non capire nulla dell'azione sotterranea di certe forze negative, che cercano di restituire alla simbolizzazione collettiva tutte le sue capacità istituenti. Quando un analista patentato e diplomato non comprende ciò che dovrebbe analizzare, dice : "è simbolico... e deve restarlo !".

Questi smacchi o queste insufficienze dei più validi tentativi di fondare una possibile teoria dell'istituzionalizzazione dei gruppi non sono che il riflesso della situazione pratica in cui versa oggi la maggior parte dei gruppi sociali. Il ghetto dei gruppi estende la sua scacchiera territoriale fino a zone che sembravano "liberate".

Così, questi gruppi di base, queste comunità d'habitat, questi movimenti alternativi nel campo dell'informazione, dell'educazione o del consumo, queste libere associazioni di lavoratori "in autogestione", non sempre hanno resistito alla perdita di quel che determinava la loro forza iniziale : una comune capacità d'incontro, di comunicazione, d'analisi, di creazione, sempre all'erta per sventare i nuovi trabocchetti per la statalizzazione generalizzata della loro ricchezza.

La degenerazione delle forze vive dell'incontro in un ghetto di gruppo, non ha niente a che vedere con quello che i nuovi sociologi, da poco riciclati nella "sociobiologia", descrivono come un processo "naturale" d'invecchiamento del progetto iniziale su cui il gruppo si sarebbe autogenerato.

Se man mano che le energie iniziali che hanno permesso all'incontro di attuarsi si esauriscono o si cristallizzano, è perchè le dimensioni socio-storiche dell'opera collettiva non hanno più corso.

Da quel momento, l'incontro non ha più presa concreta - e nemmeno immaginaria - sulle risorse interne ed esterne che gli erano vitali per procedere. Tali risorse sono evidentemente di natura economica, ma a condizione di dare a questo termine tutta la sua potenza di duplice negazione, ossia du ciò che, nella negazione semplice dell'economia (quello che i neo-liberali definiscono l'anti-economico e i neo-staliniani la "democrazia economica") nega a sua volta questa nuova restaurazione del plu-valore e dello scambio mercantile.

 
Se il gruppo prende il sopravvento sull’incontro, è dunque perchè le capacità istituenti e critiche mobilitate nel progetto comune di libera associazione, si alienano nella divisione del lavoro, nella falsa coscienza, nella burocratizzazione.

Quello che mi propongo di chiarire in questa sede è il processo di allontanamento dell’incontro rispetto a sè stesso nel gruppo assogettato. Sostanzialmente, è forse possibile sostenere, alla luce della storia recente e talora breve di certi collettivi, l’ipotesi d’una istituzionalizzazione dell’incontro, nel gruppo ? O possiamo, al contrario, dimostrare tramite gli effetti analizzatori che attraversano questi diversi collettivi , che allorquando un gruppo istituito « dall’alto » , senza autonomia, la cui genesi sociale non gli appartiene, realizza un movimento di socianalisi interna generalizzata, esso riconquista allora le capacità d’incontro che lo rendono istituente ?

Si tratterebbe di fare un lavoro critico sull’impasse e le contraddizioni delle moderne teorie dei gruppi, dimostrando che il movimento sociostorico pratico, attratto in certi gruppi sociali, fonda un’altra « teoria » di quelle che nel gruppo combatte l’istituzionalizzazione del gruppo : l’incontro.

Per riesumare questa forma sociale deliberamente misconosciuta dai sociologi sia di sinistra che di destra, convienne designare, nell’attuale momento di irrigidimento generale dei rapporti sociali, il campi d’analisi e d’intervento delle incontri, le forme sociali cui essi si oppongono e quelle infinitamente creatrici di cui sono portatori.

Nei manuali di scienza sociali, gli incontri non hanno uno status oggettuale di ricerca definito. Essi non costituiscono un settore delle conoscenza cui valga la pena dedicarsi.

Nozione vaga, evanescente, incerta, gli incontri dipendono in maggiore misura dal vocabolario giornalistico (« terzo incontro al vertice ») o poetico-amoroso (« incontro dell’anima gemella ») ; in breve, da una categoria inclassificabile e secondaria, che riguarda la vita quotidiana più che l’opera scientifica.

Per curiosità, ho spulciato una vintina di indici di opere sociologiche diverse, importanti o marginali, ma in nessuno di questi ho trovato il termine incontro. Tale constatazione mi ha per altro oncoraggiato a proseguire nelle mia ricerca, non più fra inutili elenchi della letteratura sociologica, ma su terreni precisi, dove gli incontri operano e dove si realizzano, silenziosamente o vistosamente.

Dove gli incontri agiscono, si mettono in moto, si lanciano nella lotta contro tutto ciò che li costringe a falsificarsi, ad auto-limitarsi, a farsi riconoscere e legittimare per quel che non sonno : dei gruppi, delleorganizzazioni, delle istituzioni.

Ciò che e attivo negli incontri, cosi provvisoriament identificati, sono i modi d’azione contro-istituzionali che consentono loro, forse, du sfuggire a quel famoso modello psicosociologico che rappresenta i rapporti sociali come un razzo a cinque stadi : l’individuale, il relazionale, quello di gruppo, l’organizzativo e l’istituzionale. Ridicolo balocco per tecnu-burocrati premurosi e avidi dell’ultimo gadget sociologico, l’unico interesse di questo modello è quello di non arrivare mai a nascondere totalmente le sue fonti du approvvigionamento energetico.

Qual’è il carburante che fa funzionare questo razzo da fiera ? Si tratta d’un prodotto energetico di cui il mondo rigurgita in questi tempi di penuria : miliardi di tonellate di Stato-incoscio ! Un inconscio statale quasi illimitato ed esteso a tutti i gruppi unami del pianeta…

Questo criterio di designazione delle attività pratiche della vita sociale a cinque « livelli » non facilita in niente l’analisi dei suoi condizionamenti per il gruppo assoggettato. Al contrario, tale modello è portatore implicito di sottomissione e di stratificazione. Esso tende a legittimare, a rendere « naturali » e come « cosa che va da sè », l’accettazione delle gerarchie, dei modi di rappresentazione e di delaga del potere, delle più sofisticate mediazioni e manipolazioni.

Così, seconde le virtù di questo continuum psico-sociologico piramidale, i collettivi in lutta per conservare la propria autonomia si trovano assegnati al terzo livello : il « gruppo », dilaniati fra il relazionale e l’organizzativo.

Collocato in questa sede intangibile del criterio interpretativo del psicosociologo, il collettivo in questione si vede rinviato « ai suoi problemi du gruppo », alloarquando col movimento socio-storico, le sue lotte antistatali, i suoi tentativi e le sue pratiche alternative, cominciava giustamente a contestare la sua collocazione, a destabilizzarsi, a capovolgere le sue prospettive.

Questo lavoro negativo di rimozione, di capovolgimento di prospettiva, di creazione di situazioni nuove, non può in alcun caso essere preso dai modelli statici e conservatori della psicosociologia. La cecità strategica, la sordità critica degli psicosociologi, accrescono fortement la valenza « gruppista » (groupiste) di cui i collettivi devono sbarazzarsi.

Non è un caso che la nozione di piccolo gruppo costituisca il nocciolo, il fondamento della psicosociologia. Isolando nel gruppo la sua genesi, il suo movimento, la sua istituzione ‒ ciò che in questa sede designo col termine di incontro ‒ la psicosociologia tradizionale (come la « nuova » d’altronde !) spoglia il gruppo di tutta la sua dimensione socio-storica.

Ci troviamo in presenza di « piccoli gruppi » molto astratti, privati delle loro appartenenze istituzionali, di cui non si vuol conescere che la « dinamica » interna, mentre la dialettica reale che li fonda e gli attaversa, viene sistematicamente tenuta al di fuori del campo d’intervento e d’analisi.

Nella critica-in-atto che icollettivi-incontro avanzano contro l’egemonia scientifica e politica della psicosociologia, si tratta dunque di ben altra cosa che di contestare une carcassa semantica. Ciò che la dialettica sociale degli incontri come collettivi in movimento, demolisce praticamente e teoricamente della psicosociologia di gruppo è la sua sottomissione servile all’inconscio statale ed ai suoi meccanismi di reificazione.

Tuttavia, se la pratica « rivoluzionaria » dei collettivi che s’istituiscono in un incontro legato ad un movimento sociale può essere ridotta da una lettera psicosociologica a questioni di « funzionamento di gruppo » (Bales) o ancora a « retti di comminicazione » (Bavelas), è perchè i sedicenti « analisti di gruppo » fanno leva massicciamente su questa potenza di sottomissione con cui lo Stato, e i suoi appariti, curva il sociale nei quadri del campo politico istituito.

A questa « curvature » politica del campo sociale, a questo addomesticamento degli uomini da parte dell’istituzione egemonica dei tempi moderni : lo Stato (come René Lourau analizza in L’État inconscient. Minuit, 1978), le moderne ideologie dei gruppi vi partecipano marcatemente. É sempre questa che è all’opera quando un incontro sociale, liberamente riunitosi in un progetto comune e in una lotta per cambiare la propria vita, perde il suo obiettivo iniziale, si allontana dalle condizioni e dai i mezzi scelti al momento della partenza, si aliena in un gruppo assoggettato eterogestito.

L’essenziale delle acquisizioni della psicosociologia di questi ultimi due decenni si diffonde in modo massiccio secondo un certo numero di tendenze apparentemente opposte, ma la cui figura centrale è rappresentata dal GRUPPO D’INCONTRO : ecco perchè vale la pena di mettere a nudo questa nuova pratica delle relazioni uname.

Lo svilippo dei gruppi d’incontro, prima americani durante gli anni ’60, quindi europei meno di dieci anni più tardi, può essere certamente spiegato in termini di riflusso dei movimenti rivoluzionari mondiali dopo il 1968. Tutto ciò è globalmente vero, ma troppo schematico e insufficientemente critico verso il seguito e l’attenzione che certe frazioni delle classi sociali (soprattutto i quadri) hanno successivemente adottato come regola di condotta implicita.

E’ evidente, a tal riguardo, che sono le frazioni più favorite ma anche le più frustrate delle classi medie, quelle che consumano più volentieri questi « incontri-partiti », giacchè le esigenze ed i piaceri degli incontri socio-storici sono totalmente assenti dalla loro vita quotidiana.

La generalizzazione della forma « gruppo d’incontro » e la sua istituzionalizzazione in una pratica organizzata a tal fine, consente alla teoria critica di prendere tre piccioni con una fava :

a)  tentando di dimostrare come ciò che si pratica là e non è che una falsificazione, une reificazione delle energie sociali libere che si svilupano nei collettivi proletari in lotta pratica contro il capitale, la divisione del lavoro, gli scambi mercantili, le burocrazie, gli spazi gerarchizzati nei quali soffocano ;

b)  identificando gli elementi che, nel gruppo d’incontro, combattono il suo egemonismo conservatore, rivelano le sue contraddizioni ideologiche e tecniche. Rivoltando dall’interno i mezzi che gli psicosociologi, i terapeuti, gli educatori e altri manipulatori sociali servi di questa merce etichettata « gruppo d’incontro », utilizzato per impedire agli analizzatori di operare. E’ il caso, ad esempio, di un animatore-analista che con il pretesto di anticipare gli effetti negativi (per il suo status e per quello ch’esso rappresneta) dell’analizzatore-denaro nella pratica ne communica il budget e propone al gruppo di « autogestire » una – minima ‒ parte delle risorse ! Misera figura : il non-detto sulla pratica dell’incontro sta altrove, in quel contratto tacito ma fragile che fa si che un gruppo di partecipanti e di « analisti » siano riuniti senza che l’analisi-in-atto di questa riunione sia iniziata.

 

     c) coinvolgendo gli adepti dell’incontro a comando (statale) al fine di accelerare le tensioni fino al punto critico in cui l’adattamento al comando trasformi il gruppo di adepti in una ridicola inezia. E’noto infati che questo adattamento degli adepti del gruppo d’incontro al comando, ch'essi interiorizzano per loro e per gli altri, può arrivare fino a quelle vette d’insulsaggine e di sottomissione in cui si muore fra due guanciali(5) !

Quali correnti ritroviamo all’origine dei gruppi d’incontro ? Si possono identificare tre componenti centrali :

-    La psicoterapia « unanista » di tipo rogeriano, che dopo l’esplosione della dinamica di gruppo betheliano si ricicla alla fine della guerra del Vietman (utilizzando cioè le « acquisizioni » della psicologia di gruppo sperimentata sui mercenari e i GI), nel « corporale », nel non verbale, nell’emozionale.

Il movimento detto del « potenziale umano » (Esalem) nato dal recupero funzionalista di W.Reich da parte dei suoi discepoli bio-energeticisti Lowen, Perls, Schutz e Janov. L’imbastardimento dei lavori scientifici e dell’attività politica di Reich, si persegue oggi attivamente in quei surrogati psicosessisti dell’analisi caratteriale dell’epoca di Sexpol.

 

Quali correnti ritroviamo all’origine dei gruppi d’incontro ? Si possono identificare tre componenti centrali :

- La psicoterapia « unanista » di tipo rogeriano, che dopo l’esplosione della dinamica di gruppo betheliano si ricicla alla fine della guerra del Vietman (utilizzando cioè le « acquisizioni » della psicologia di gruppo sperimentata sui mercenari e i GI), nel « corporale », nel non verbale, nell’emozionale.

- Il movimento detto del « potenziale umano » (Esalem) nato dal recupero funzionalista di W.Reich da parte dei suoi discepoli bio-energeticisti Lowen, Perls, Schutz e Janov. L’imbastardimento dei lavori scientifici e dell’attività politica di Reich, si persegue oggi attivamente in quei surrogati psicosessisti dell’analisi caratteriale dell’epoca di Sexpol.  

- Gli apporti saggiamente adattati e asettici dei movimenti di contro-cultura, quali si esprimono nelle communità marginali o parallele. I più conseguenti di questi apporti hanno aperto delle prospettive nei campi limitati della dilatazione della coscienza umana (ricerche sugli stati di coscienza alterata ; droghe ; trance ; meditazione), sulla realizzazione immediata dell’arte (happening ; arte brut ; arte sociologica), sulla musica come comunicazione transculturale, sulla sperimentazione di tecnologie alternative (le tecnologie dolci) e di economiche comunitarie.

Se la forma sociale « gruppo d’incontro » si ritrova in ciasuna di queste tre componenti centrali di correnti sociologiche apparentemente lontane, è perchè essa gioca là come antidoto alle maga-strutture e alle mega-macchine attraverso le quali si sviluppa il modo di produzione statale. « Small il beautiful » dicono ceri utopisti californiani, senza peralto credervi completamente. Il gigantismo delle multinazionali sa anche miniaturizzarsi, quando lo esigono gli imperativi del controllo mondiale d’un mercato. (Si è visto l’IBM arrivare al punto di favorire la creazione di piccole unità cogestite di produzione elettronica).

Critiche, indubbiamente importanti ma non decisive, sono state scritte (più che attuate !) sui gruppi d’incontro. Critiche dall’interno del movimento, come quel numerospeciale della rivista Sexpol (29/30 maggio 1979) che contiene un dibattito sulle divergenze e sulle complementarietà delle differenti tecniche e delle differenti filiazioni metodologiche.

Eccettuati i contributi di R.Gentis e di H.Laborit, che si rifanno a une critica più profonda delle pratiche e delle ideologie bio-energetiche di oggi, la maggior parte degli articoli sguazzano nel feticismo del gruppo e nello spettacolo dei ruoli spinto al suo più alto grado di decomposizione. 

 


 Critiche dall’esterno, provenienti da certe frazioni della corrente dell’Analisi istituzionale (Lapassade, Colin, Lemaître) o vicine a tale corrente (J.Ardoino). Questi sociologi e socioanalisti hanno giustamente sottolineato il carattere reazionario delle ideologie che incanalano il Potenziale Umano, il suo legame con l’umanesimo conservatore e il personalismo social-democratico.

Similmente, essi hanno avanzato delle riserve sul metodo semplicistico con cui certi « terapeuti della bioenergetica » interveniano sulle difese caratteriali in maniera selvaggia e senza fare la benchè minima ipotesi strategica sulle conseguenze di tale « lavoro » sull’economia psichica globale dei soggetti.

Spingendo la critica ancor più lontano, Françoise et René Lourau[6] toccano l’essenziale quando smontano il meccanismo sotteraneo che consente al gruppo d’incontro di fuzionare senza interrogarsi sulla base materiale, sulla sua istituzione.

Produrre valore col corpo è per il gruppo d’incontro un modo di perpetuarsi, anche nella cattiva coscienza, anche se la circolazione del denaro nella pratica è deliberatamente lasciato da parte o, il che fa lo stesso, se ci se ne sbarazza riaffermando le norme di gestione che si suppongono accettate da tutti, in pertenza. Così, la pratica tecnica e il modo d’azione istituzionale della quasi totalità dei gruppi d’incontro realizzano positivamente tutto quello contro cui gli incontri sociali dei proletari entrano in opposizione, tutto quello che i collettivi che riuniscono respingono o abbandonano.

Laddove dallo bocca e dai gesti degli analisti-guru non si esprimono che delle intenzioni di cominicazione e di liberazione che non possono aver esito, anche là si diffondono, fra gli adepti mistificati delle condotte gregaristiche che sfociano nella noia.

Questi gruppi assoggettati ai valori mercantili, condizionati dal sapere in pillole degli analisti, inconsapevoli delle determianzioni statali della loro storia, non hanno che l’etichetta dell’incontro.
Nell’incontro inserito nella realtà sociale, il progetto politico globale è liberamente scelto dagli interessati ; l’autonomia di ciascuno rafforza la libertà di tutti. Nei gruppi d’incontro, il feticismo della domanda di « terapia », di conoscenza di se, d’esperienza di vita relazionale offusca l’intero campo d’intervento degli analisti e vieta il più delle volte l’emergenza di condotte critiche. Non avendo altro da offrisi che la propria miseria libidinale e sociale, gli adepti del gruppo d’incontro si rinchiudono nella diaccia circolarità di scambi senza passione.

La libera associaziono di proletari che si riconoscono nell’adenpimento d’un progetto comune, si accompagna a uno sforzo per spezzare l’insolamento in cui lo Stato mantiene le persone e dà loro i mezzi ‒ ossia i piaceri-tranello ‒ per interiorizzare tale isolamento nei ghetti delle « vita privata ». Al contrario, nel gruppo d’incontro, conglomerato di « vite private », non connesso ad alcuna singola lotta, alcun progetto collettivo, l’isolamento aumenta e non c’è cominicazione se non nell’illusione d’essere insieme...

Poichè è già programmato in precedenza, anche se alcuni hanno la sensazione d’essere sovrani nella loro decisione di entrare o meno in un gruppo d’incontro ; poichè è organizzato dall’estero e dall’altro, senz’altro legame con gli altri partecipanti che quello pubblicitario[7], l’incontro non può istituirsi come tale, in quanto il gesto di forza, l’atto inaugurale e fondatore è già stato fatto al posto dei praticanti.

Ora, ciò che è contro-terapeutico, contro-educativo, contro-produttivo è proprio quest’atto istituente che fà si che degli individui si radunino liberamente per offrire la totalità delle loro vite e per « appropriarsi d’un bisogno nuovo : il bisogno dell’intera società » (Marx, Grundrisse).

Si è ben lontani − e a ragione − dal ritrovare nei gruppi d’incontri questo bisogno di totalizzare, nel movimento pratico d’incontro, tutta una esperienza umana. Così, finchè il gruppo persiste in una situazione d’impotenza e di dominio, l’incontro non può compiera la sua opera di resistenza e di liberazione reale delle potenzialità insite nel movimento sociale che provoca l’incontro.

Le nuove solidarietà istituite dall’incontro son lungi dall’essere identiche alle solidarietà formali che si ritrovano nei gruppi assoggettati alle istituzioni statale, quali i sindacati o i partiti. Nello sviluppo, non privo di contraddizioni, di questo « sentimento comunitario », l’autonomizzazione dell’incontro rispetto alla sua vecchia forma, il gruppo, si effettua secondo la temporalità propria del movimento sociale più vasto di cui l’incontro fa parte.

Mi sembra possibile cogliere alcuni elementi principali di questo movimento dialettico del grupporispetto all’incontro (ossia dell’incontro sclerotizzato nel gruppo e del gruppo autodisciolto nell’incontro) secondo il binomio lontananza/viciananza d’un movimento sociale.

Intendo semplicemente dire che è dalla posizione che adotta o intende adottare nelle lotte socio-storiche, che l’incontro si reifica in gruppo, si istituzionalizza, si allontana dal suo movimento istituente.

Quando le energie libidinali e sociali di un collettivo si aggiungono a quelle di altri collettivi in un movimento sociale più vasto, allora, come dichiara Marx a proposito degli operai socialisti francesi, di questo « movimento pratico, si possono vedere i risultati più brillanti. Fumare, bere, mangiare, ecc., divengono solo delle semplici occasioni per riunirsi, degli strumenti d’unione. La compagnia, l’associazzione, la conversazione che tocca l’insieme delle società, li appaga ; per loro, la fratellanza umana non è più una frase, ma une verità ». (Grundrisse, I.)

L’istituzione dell’analisi negli incontri

Se gli incontri istituenti apparissero là dove il gruppo istituito comincia a deperire, bisognerebbe tuttavia stare in guardia a non fissare il movimento pratico dell’incontro sociale in un momento di negazione simplice di ciò che i suoi attori contestano e deformano.

Per affirmarsi, per rendersi autonomo in rapporto agli altri gruppi egemonici che lo minacciano, l’incontro deve rompere con le pratiche burocratiche di monopolizzazione dell’analisi, da parte di una minoranza al potere.

Ciò che l’incontro in procinto di compiersi contesta al gruppo è il suo modo di dividere il lavoro analitico, è il suo criterio di legitimare la separazione del potere analitico e strategico fra i « fruitori d’analisi »e i « datori d’analisi », fra quelli che possono parlare solo su una parte della realtà e dell’avvenire del gruppo e quanti possono parlare sulla totalità della sua storia.

Non bisogna, tuttavia, trarre la conclusione che nel momento socio-storico provilegiato dell’incontro creatore, la ripartizione e la regolazione del potere analitico si realizzino senza antagonismo o in modo indolore.

Affascinati dalla crescita qualitativa delle capacità d’analisi e di auto-analisi di questa fase istituente, i compagni − sempre più capaci di riconescere la loro presenza negli altri − totalmente compresi nella loro avvezntura, tendono talvolta ad abbandonare il giuocco socioanalitico a vantaggio dei « risultati » esteriori.

La potenza strategica di cui l’incontro dà prova storicizzandosi, socializzandosi, deriva da una sorprendente convergenza delle iniziative individuali e collettive. Avendo basato il suo avvio sull’iniziativa, l’incontro non ne tollerà più l’assenza. L’attività viva, il lavoro e il giuco, il piacere e la realtà pratiche delle comunicazioni, implicano la perenne ricerca di nuove strade per dominare l’istituzione dell’analisi collettiva e generalizzata dell’incontro.

La soluzione nuova parzialmente creata dalla lotta anti-statale e, al tempo stesso, dall’utopia concreta, ma sotto la costante minaccia di ristagno e di arretramento, esige un continuo smantellamento delle forze che, all’interno stesso dell’incontro come pure al suo esterno, si esplicano sia per confiscarla nelle mani e nella testa di alcuni.

Così lo dismostrano tutti i periodi caldi delle rivoluzioni sociali, mantenendo al centro dell’attività collettiva, come giuoco e come guerra, la socio-analisi generalizzata dell’insieme della situazione − l’incontro sociale estende le sue capacità istituenti alla creazione di altre situazioni possibili .


Sei ipotesi conseguenti

Se l’ipotesi che mi sono sforzato di sviluppare nel precedente capitolo, a proposito del recupero statale del gruppo sull’incontro ha un briciolo di attendibilità, è necessario che ora io definisca e critichi le seguenti ipotesi che ne sonseguono :

a)      E’ tramite l’istituzione libera d’une socio-analisi generalizzata, volta verso l’interno e verso l’esterno, che l’incontro può procedere nel compimento conflittuale del suo progetto politico e creare le condizioni per il suo superamento o per la sua autodissoluzione ;

b)      Questa analisi dell’istituzione collettiva dell’analisi (o socio-analisi generalizzata) s’impone ad un tempo come una necessità vitale e come l’ostacolo maggiiore al compimeno dell’incontro in un movimento sociale più vasto ;

c)      La divisione sociale del lavoro analitico porta l’incontro alla sua rovina. Emergendo, le conoscenze analitiche separate invadono tutto la spazio-tempo liberato e conducono alla restaurazione degli antichi feudi del gruppo istituito e delle sue postazioni arretrate che ancora difendono la stato-inconscio dell’incontro ;

d)      E’ dunque l’istitizione-analisi quella che, nell’incontro sociale autonomo, rappresenta l’ultimo bastione del potere statale, il vecchio supporto non scosso, l’inconscio statale di tutti gli attori ;

e)  La questione politica centrale per gli incontri che si appropriano della loro storia, è quella ch’essi affrontano fin dai primi istanti della loro azione istituente, ossia : chi detiene il potere analitico ? In quali condizioni si generalizza la pratica socio-analitica ?

f)  L’attività critica e dissolutrice degli analizzatori delle contraddizioni d’un incontro sociale in via di naufragare, interviene prioritariamente sulle basi materiali dell’istituzione-analisi nell’incontro.

Il carattere alquanto generico − che non significa astratto − di queste ipotesi non deve nascondere le singole implicazioni di ognuna di esse per una teoria degli incontri sociali autonomi d’oggi.

Una contro-sociologia di questo tipo non può occuparsi, nella formulazione delle sue ipotesi, delle categorie empirico-funzionali delle scienze sociali ed umane dominanti.

Un modo di procedere al punto cui sono giunto nell’elucidazione della pratica socio-analitica negli incontri sociali, può allora consistere nel tentare di camminare, senza perdere troppo l’aquilibrio, lungo il crinale di cui due versanti sono :

-  un esame critico dell’oggetto e dei metodi di intervento sociologico di « incontro istituzionale ». Si tratta, evidentemente, di considerare qui unicamente la o le correnti sociologiche che pretendono d’istituire l’analisi collettiva in gruppi legati a movimenti sociali attivi. Ciò significa che lascio volutamente da parte tutti quegli approcci pseudo-sociologici alla realtà sociale − e sono i più numerosi, oltre che i più noti − che negano il rapporto sociale che si instaura fra il sociologo e il suo « oggetto ». Per riprendere l’utile distinzione fissata da Antoine Savoye[8], non si tratta qui d’altro che di « sociologia astratta ». Questo lavoro chiuderà la prima parte dello studio ;

-  il secondo versante consiste, come ho già sommariamente indicato fin dall’inizio, nel cercare di descrivere e interpretare il modo in cui l’istituzione dell’analisi collettiva si relizza in tre tipi d’incontri : nel settore produttivo del lavoro industriale o artgianale, nel campo dell’educazopne permanente e in quello della terapia di gruppo.

L’incontro sociale che io mi sforzo poco alla volta di definire (come un momento socio-storico istituente un collettivo soggettao della propria storia), è in rapporto con la sociologia d’intervento nella misura in cui quest’ultima s’installa quando l’incontro si smorza.

E’ tutta la questione dell’intervento interno e dell’intervento esterno che viene così posta, ma all’inverso della concezione psicosociologica classica dell’intervento. Infatti, quando un incontro sociale nesce grazie a una lotta antocapitalista e anti-statale, esso auto-istituisce la sua analisi collettiva e non ha « bisogno » d’analista ; esso critica attivamente tutte le forme di professionalizzazione dell’analisi. Al contrario, quando un incoontro si istituzionalizza, perde la sua autonomia e il suo potenziale istituente ; quando i suoi membri tornano alla loro vecchia struttura caratteriale, neurotica, ecc., il nuovo potere che l’ha assoggettato si appella talvolta a dei sociologi o meglio dei socioanalisti per « riattivare » a loro vantaggio il cadavere della rivoluzione nel gruppo o nell’organismo in questione.

E’ questo un dato fondamentale che tutti i socioanalisti conoscono, il che non vuol dire ch’essi non vi si trovino intrappolati ! Questa genesi dell’istituzione, questo « romanzo familiare dell’istituzione » (Lourau), i nuovi padroni fanno di tutto per negarlo, falsarlo, »naturalizzarlo ».

Il rapporto fra la sociologia d’intervento, fra la socianalisi externa et l’incontro sociale merita pertanto d’essere rimesso in piedi. E’ l’incontro sociale che viene prima e che produce l’analisi. Sono gli analizzarori agenti nel momento istituente dell’incontro che sono creatori di cambiamenti, di trasformazioni sociali e libidinali.

Se ho scelto di fare l’esame critico di due tipi d’istituzione d’una analisi collettiva nei gruppi (e non negli incontri), non è per proporne una terza che fosse più « coerente » o più « autogestita », ma piuttosto per mostrare che gli incontri, nel loro momente istituente, devono anche liberarsi di tali « interventi » esterni, che hanno la pretesa di aiutarli nella loro « auto-analisi ».
Fra la sempre più grande varietà di metodi d’intervento sociologico, sociopsicanalitico, psicosociologico che occupano il ristretto mercato della reicerca-azione, due orientamenti rilevano un certo interesse per la propettiva in cui mi colloco in questa sede. Si tratta dell’intervento sociologico sviluppato da Alain Touraine [8] e dal un gruppo di sociologia dei movimenti sociale, da un lato, e « dell’incontro istituzionale » come lo pratica e lo definisce Georges Lapassade in un’opera recente[9].


Le genuflessioni dell’auto-analisi alla Touraine

Dopo che Alain Touraine scrive da vent’anni a proposito della sociologia dell’azione, eccolo oggi riscoprire l’interesse « scientifico » dell’azione sociologica !

Questa conversione recente e alquanto prudente per la sociologia d’intervento, non va d’altronde di pari passo con l’abbandono della sociologia astratta. Come potrebbe farlo, quando rappresenta la siciologia ufficiale nelle sue più alte istanze pubbliche e controlla diverse pubblicazione in questo campo ?

Il punto di partenza del procedimento si situa in un’analisi dei « nuovi movimenti sociali » : movimenti studendeschi, occitani, antinucleari, femministi, ecc. Giacchè là, ci dichiara l’autore, « gli uomini fanno la loro storia » ! « E’ proprio là che troviamo la nascita della sociologia », aggiunge Touraine con la serietà d’uno studente del secondo anno il giorno del suo esame di sociologia !

Con la voce resa rauca dai suoi « livelli di storicità », lo sgaurdo appannato dai « sistemi d’azione » della sua « sociétà programmata », Touraine con falsa commozione ci fa compartecipi della sua ultima scoperta : sono i movimenti sociali quelli che producono conflittualmente la società (cf.p.104).

Fingendo d’ignorare che la storia della sociologia altro non è che questo continuo « succhiarre » le cognizioni ed il sapere che i movimenti sociali producono nella loro azione di decomposizione dell’ordine antico, Touraine, come Augusto Comte dopo la Rivoluzione francese e come Emile Durkheim dopo la Comume di Parigi, ma assolutamente privo della voce del primo e del riguardo dell’altro, dichiara di scrivere « per riorganizzare l’intera analisi sociologica attorno a questa idea nuova : il movimento sociale «  (p.105).

Nulla di strano, pertanto, che alla fine della prima parte dell’opera, si vada a cadere in una definizione sociologista dei movimenti sociali, mentre ciò che era annunciato era, e non la loro teoria, almeno il suo abbozo.

Niente di strano nemmeno quando scrive : « l’utopia della classe operaia è il socialismo, ossia la società dei lavoratori »(p.130), facendo in seguito appello ai « militanti » per costituire quei gruppi d’auto-analisi, all’interno dei quali i ricercatori della scola di Touraine intendono « intervenire ».

L’ultimo arrivato sa molto bene, per il fatto che lo vive tutti i giorni, che « la società dei lavoratori », cui si riferisce Touraine, non è che il cadavere in avanzato stadio di decomposizione dell’utopia della classe operaia.

L’ultimo padroncino qualunquista sa benissimo che il « socialismo laborioso e salariale » che i ricercatore-funzionario ci vuole accollare, non è che la carcassa esangue del socialisme dei Consigli, dell’autogestione generalizzata, della soppressione del salariato e della divisione del lavoro, del deperimento dello Stato e dei rapporti mercantili.

Se Touraine avesse letto Hegel, saprebbe che in tema d’intervento sociologico − come per le avventure amorose − un inizio misero non può portare a risultati fecondi. Una inadeguata sociologia dei movimenti sociali non può condurre che a penosi interventi, a illusioni d’intervento, soprattuto quando ci si aspetta da questa « un’analisi infine interamente sociale della società » (p.299) che tenda a « ricostruire, quando la cosa è possibile, i movimenti sociali, elevare il livello dei conflitti, vivificare l’azione storica » !

Dal momento che non è d’intervento (i movimenti sociali reali non ne hanno bisogno), nè la teorica (essa non agisce « là dove la realtà ricerca la sua teoria »), questa sociologia è fallimentare sia per la conoscenza, sia per l’azione pratica dei movimenti sociali.

« Indotto dalle sue ipotesi teoriche » (p.186) − abbiamo appena visto quali sono − il sociologo « mediatore fra il gruppo militante e il movimento sociale (p.42), mette a punto un dispositivo d’intervento destinato a « far risaltare i rapporti sociali e a farne l’oggetto principale dell’analisi » (p.182).

Questo dispositovi comporta quattro tempi principali :

1.      « L’agganciamento dell’intervento al movimento » (p.203), tramite la costituzione di diversi gruppi di militanti scelti dai ricercatori ;

2.      lo sganciamento dell’auto-analisi collettiva che, attraverso la medizione dei ricercatori compie una serie di « flessioni » per sfociare nella « ri-flessione » ;

3.       l’interpretazione separata, quindi l’auto-interpretazione comune dei ricercatori e dei militanti fornisce un’elevata « comprensione » del movimento sciale ;

4.      « l’uscita dell’intervento verso l’azione » si attua tramite « un va e vieni fra l’analisi e l’azione » (p.230), che getta le basi d’une « sociologia permanente ».

Fatto sorprendente, questa nuova coalizione fra i permanenti della sociologia astratta e i permanenti-militanti delle frazioni più statali dei movimenti sociali. Il tutto per fondare questa « sociologia permanente », che in permanenza si auto-proclama sociologia, bradendo compulsivamente il suo brandello « storico » della vera croce dei movimenti sociali !

Non è necessario « aver fatto sociologia” à Nanterre nel 1968 per riconoscere, in questo schema dell’intervento di Touraine, una laboriosa ricostruzione dell’azione-ricerca talora presa a prestito (come si riconosce e denti stretti a p.280) dall’analisi istituzionale.

Il colpo di forza con cui l’intervento si lega al movimento sociale, assume un andamento parassitario. Pesce-pilota del suo squalo di cartapesta, il ricercatore, promosso intervenente, non regge alle grandi correnti oceaniche…

Tali « flessioni », che qui non possiamo non associare alle genuflessioni d’una Via Crucis sociologica, accentuano la ricostruzione separata dell’analisi staccata dall’azione collecttiva. Certo, il fervore religioso di taluni parroci-militanti si compiacedi tali genuflessioni di fronte alle figure degli analisti. Fino a quest’ultima flessione, « la più importante di tutte, detta conversione — termine che non ha qui alcun connotato religioso — e che trasforma il gruppo-figura in gruppo-analisi » (p.215). La fede nell’intervento sociologico cosi manipolato, ha fatto il suo lavoro. Il carisma dei ricercatori-analisti consacrati come tali, si è congiunto a quello degli analisti-militanti, nuovi eletti della ricerca !

Concependo l’intervento come « l’analisi di questa auto-analisi », da lui stesso istituita, il reicercatore touriniano allontana ancor più il gruppo dagli incontri motori del movimento sociale.

Nel momento iper-analizzatore dell’incontro, l’auto-attività dei consigli, delle assemblee, fa del movimento sociale la sua analisi permanente. E’ là che tutti i proletari diventano degli strateghi della vita quotidiana, dei teorici della loro storia immediata, dei « terapeuti » dei loro conflitti psichici arcaici. Il movimento sociale vivo è altrove lontano mille miglia da quel laboratorio-obitorio che è l’intervento sociologico alla Touraine ; a cento anni-luce dietro la storia reale del movimento.

Poichè non si rivolge che alla frangia più reificata, più alienata, più servilmente militante dei movimenti sociali (la sola che possa « rispondergli »), Touraine può annunciare come un successo che une « vera domanda d’intervento è stata formulata dal movimento antinucleare…» (p.185). Si può essere a tal punto imbeviti di sociologismo da designare come una sorta di avanzamento nella pratica collettiva quello che altro non è che un segno di « muhlmanizzazione » d’un movimento, di fallimento della sua profezia [10]? L’azione istituente pratica delle forze antiriformiste del movimento ecologico aveva d’altrone già anticipato i suoi rischi di fallimento — con o senza Malville — scrivendo ad esempio in un volantino intitolato La fine d’un epoca, e distribuito al tempo della sua costitizione, che se « la pratica ecologica ha potuto, ai suoi inizi, caratterizzare, almeno per chi sa leggere nell’ordinamento sociale, un generale rifiuto delle condizioni d’esistenza che ci sono imposte nell’ambiente colonizzato del mercantilismo urbano e industriale, tuttavia tale rifiuto s’è visto rapidamente integrato al rango d’una contestazione settoriale da parte di ideologi d’ogni tendenza ».

Questa settorializzazione, altro non è che uno degli effetti del ristagno della critica-in-atto nel movimento sociale, della fine dell’analisi collettiva istituita dall’incontro e della sua spettacolare collocazione nell’intervento sociologico. Quel che resta d’energia al movimento finisce coll’infrangersi, come una marca nera di nafta sulle rive inquinate della centralità, dell’organizzazione gerarchica e militante, della codificazione di cui l’intervento sociologico fa parte.

Dopo gli studenti, anche gli occitani, le femministe, i sindacalisti operai andranno a riempire i volumi di questa collezione di fossili che ci vengono propinati come « sociologia permanente »…

 Avendo dunque istuito, con un colpo di forza politico-pubbicitario, dei gruppi di militanti d’un movimento sociale, Touraine prosegue nel suo lavoro di curvatura politica di tutte le forze istituenti che contiene, mettendo il gruppo di fronte alle profezie di cui il movimento è portatore. Egli definisce allora « flessione » il lavoro d’auto-critica e di chiarificazione che il gruppo realizza su sè stesso, sulla propria esperienza, la propria strategia, i propri progressi o le sproprie sconfitte.


« Definisco incontro istituzionale un intervento di breve durata, il cui « collettivo cliente » è un’organizzazione sociale condotta a partire dalle ipotesi e concetti istituzionalistici, su una base autogestionaria e che mira, a mezzo d’un certo numero di tecniche, a mettere in luce l’istituzione in una situazione di reproduzione analitica[11] ».

Tale è la definizione, del tutto gurvitchiana nella sua formulazione, che Lapassade propone nel 1975 nella sua ultima opera teorica, in cui tenta un’impossibile sintesi fra la siocio-analisi e il movimento del Potenzialez Umano. Infatti, se essa integra in modo proficuo le principali acquisizioni della corrente dell’analisi istituzionale, disconosce le dimensioni istituenti e analizanti dell’incontro sociale autonomo, il cui intervento socio-analitico non è che un lontano fantasma.

Non intendo, in questa sede, fare la critica globale dei punti morti in cui si arena Lapassade (e molti antri con lui), allorquando pretende, come a tentato di fare nel corso del suo periodo « potenzialista » di stabilire la sintesi dei due movimenti. Quel che allora mascherava la voracità corpista di chi — me compreso, almeno in parte — non ha dogmaticamente respinto, senza metterlo praticamente alla prova, il movimento dei gruppi d’incontro, era la nostra incapacità di analizzare gli effetti dell’istituzionalizzazione dell’analisi istituzionale. Ciò si realizzò vieppiù, ma sempre in modo incompleto, nel 1978, in occasione del Convegno di Montsouris, di cui ha fornito un resoconto il numero doppio 62/63 della rivista POUR

Lapassade intendeva forse esorcizzare in anticipo questa « crisi » dell’analisi istituzionale — molto didattica e molto poco dialettica — fra socio-analisi e potenziale umano ? Ma in ciò non consiste l’essenziale del moi tentativo teorico attuale. Il fine dell’incontro che Lapassade qualifica come « istituzionale » è quello di mettere le situazioni concrete che lo compongono « in rapporto con l’istituzione e di chiarirle da quel punto di vista »(p.182).

Nulla di nuovo caratterizza dunque l’incontro istituzionale, che già non fosse incluso nell’intervento socio-analitico classico. I maggiori attributi di quest’ultimo sono explicitamente riassunti nella pagina successiva : autogestione del pagamento dell’analisi, chiarificazione delle implicazioni dei socioanalisti, analisi della domanda e della richiesta, interazione dei differenti « effetti », ecc.

 

Dall’incontro feticizzato all’incontro sociale autonomo

 Non è quindi dall’intervento sociologico e nemmeno dall’incontro istituzionale, che le collettività in lotta devono attendersi un appoggio per procedere lungo le nuove strade dell’autonomia socio-storica.

Al contrario, isolando il momento e i mezzi dell’analisi collettiva nelle procedure eterogestite che lasciano immutato sia lo status che il potere degli analisti, i gruppi d’incontro si precludono l’accesso a quelle forme superiori di libertà comunitarie che si manifestano in tutte le forme storiche e contemporanee dei consigli operai e proletari. Talle fetichismo dell’incontro che I gruppi assoggettati ripetono compulsivamente come un sostitutive della loro incapacità sociale ad autonomizzarsi, è anche il segno evidente dell’assenza o del fallimento del processo socio-analitico collettivo.

Per produrre degli effetti altamente disoreganti sulle persone e gli incontri, l’attività socio-analitica nel collettivo in via d’autonomizzazione accelera il giuoco dialettico delle tensioni interne ed esterne che l’attraversa.

E’ l’accostamento delle singolarità che accresce le possibilità di accordi e alleanze provvisorie e fortuite fra le forze vive del collettivo. Mentre nell’incontro alienato i burocrati si associano ad alcuni manipolatori psico-sociali per « analizzare » dall’alto e dall’esterno le pseudo-divisioni del gruppo assoggettato ; nell’incontro sociale autonomo è l’azione critica degli analizzatori che rilevano, abolendole, la vera natura statale delle divisioni. La febbrile ricerca d’un incontro sociale autentico — ossia creatore di storia individuale e collettiva — che si constata oggi fra numerosi gruppi in decomposizione più o meno collegati a dei movimenti sociali in via d’istituzionalizzazione rapida, non trova che disillusione negli incontri feticizzati e statici che gli vengono proposti dalla società mercantile.

La gioia collettiva degli indigeni della Papuasia nel Kula, dei marinai di Kronstadt, degli operai dei cantieri navali della Clyde e di Lisnave, dei disoccupati di Torino, dei « pazienti » delle cliniche di Heidelberg, le Mujeres libres della Catalogna, è divenuta talmente evidente che essa saluta la nascita delle Comunità libere dell’avvenire.

 

Tali contraddizione e tali limite, li pone lo stesso Lapassade alcune pagine più avanti, allorquando si domanda, dopo aver passato in rassegna tutto il disparato arsenale delle tecniche della socio-analisi, se infine, « l’analisi istituzionale rappresenta realmente qualcosa di diverso da una nuava corrente attuale della psico-sociologia » (p.194). Quando la mancanza di possibilità di analisi collettiva delle situazioni è la norma della quasi totalità dei collettivi, comunità e altri « laboratori autogestiti », quando l’inconscio statale è il retaggio di molti movimenti sociali di liberazione, le regressioni fusionali, che Lapassade critica a giusta ragione, nel gruppo d’incontro ,on possono che mistificare sempre più quanti vedranno un ricorso in versione potenzialista dell’incontro istitizionale.

Pertanto, a lato di questo offuscamento e di questi silenzi della coscienza socio-analitica della maggioranza, si creano delle opere, s’instaurano liberamente delle communocazioni degli spazi del possibile delimitano i loro territori all’interno stesso della centralità statale.

Quando un gruppo di persone prende un’iniziativa e si riunisce allo scopo d’intervenire in comune su un aspetto alienato della loro realtà, esso crea al tempo stesso le condizioni perchè i silenzi che caratterizzano i gruppi assoggettati d’oggi non rimangano tali. Perchà tali silenzi divengano dei segreti pubblici.

Nell’incontro sociale ch’esso inaugura, l’istituzione dell’analisi collettiva, della socio-analisi fatta da tutti, invade lo spazio strategico del collettivo fino a dissolvere tutti i settori separati della vita privata nell’insieme delle comunicazioni. Questa fusione ad un tempo ragionata ed emotiva del collettivo autonomo nelle lotte sociali, porta a un più alto grado d’incandescenza il piacere dello scambio, senza perdersi ciononostante nell’indentità di vedute e nelle similitudine di vita. Fusione non significa confusione.

Praticando liberamente la sua socio-analisi collettiva, l’incontro sociale manda a vuoto le insidie dell’incontro istituzionale, impantanato nella sua viscosità potenzialista e psico-sociologista.

Similmente, essa tende ad evitare l’illusione del comunitarismo volontario, che nell’immagine di questi gruppi urbani pseudo-marginali degli anni post-sessantoteschi confonde vita in comune con vita comunitaria. L’incontro istituzionale non può sbarazzarsi della sua carcassa d’emotività iniziale. E’ perchè non può oggettivarsi nei movimenti sociali che l’incontro istituzionale s’impantana in una emotività che rafforza i caratteri nevrotici e che contrasta lo sviluppo del « sentimento di comunità » che, secondo A.Pannekoek è alla base dei Consigli operai[12].

La solidarietà, fatta da resistenza all’oppressione e di liberazione delle sensibilità atrofizzate, che s’esprime negli incontri sociali, porta i germi di quelle « comunità dell’avvenire » che Engels analizzava nel 1945, partendo da una riflessione critica sulle esperienze sociali degli socialisti utopisti del XIX secolo[14].

 

Tuttavia, ciò che costituirebbe la singolarità dell’incontro istituzionale è ch’esso s’apparenterebbe — per la sua brevità, per le sue « tecniche d’attaco », per il suo forcing volto ad accrescere le tensioni, pei i suoi dispositivi atti a palesare le sfaldature ideologiche ed emozionali, per la provocazione di situazioni di crisi — alle tecniche del Potentiale Umano. Come il PU, erede diretto ma bastardo dell’analisi caratteriale reichiana, la socio-analisi rompe con l’ortodossia psicanalitica della cura individuale o della terapia di gruppo freudiana. Si tratta dunque d’una concessione del tutto formale alla terminologia potenzialista, semplice trasposizione di circostanza del termine « incontro » nel modello egemonico del gruppo d’incontro. Desirando uscire dalle ambiguità che comportano i termini di « gruppi » et « d’intervento », Lapassade sostituisce loro quello d’incontro, senza troppo approfondire la sua critica delle forme sociali del gruppo d’incontro. Egli finisce pertanto con l’approfondare a una definizione « potenzialista » dell’intervento socio-analitico.

La situazione socio-analitica creata dalla domanda d’intervento non può, come già hoaccennato prima, imparentarsi con l’incontro sociale, in cui l’analisi collettiva generalizzata è una libera auto-attività integrata alla vita quotidiana del collettivo o della comunità.

Certo, la critica-in-atto degli analizzatori della socio-analisi può comportare la formazione d’un incontro sociale autonomo fra i protagonisti implicati direttamente o indirettamente. Ma ciò che è istituito in partenza dall’incontro istituzionale non è una nuova situazione socio-storica in rapporto a ciò che è lo staff degli analisti e del collettivo cliente. Ciò che è istituito in partenza, è precisamente un rapporto d’intervento che comporta delle aspirazioni all’analisi collettiva, allo sviluppo d’una analisi istituzionale, ma in determinate direzioni previamente definite e talora negoziate fra i « compagni ». L’incontro istituzionale lascia immutata la divisione del lavoro analitico, giacchè conserva la forma sociale « gruppo d’incontro » come limite del suo campo d’intervento. Lapassade nulla dice dell’analisi collettiva dell’istituzione analisi nell’incontro istituzionale. In quali condizioni, secondo quali strategie e attraverso quali « effeti sensibili » può andare verso un’auto-dissoluzione del gruppoche annuncia le forme d’un incontro sociale autonomo ?

Non è l’introduzione delle tecniche del gruppo d’incontro nell’intervento socio-analitico, come fu il caso dell’esperienza di Marly-le-Roy (p.184-187), che consente di superare le contraddizioni politiche in cui s’imbatte la pratica socio-analitica.

 

Ma è vero che quanti sono rimasti in piedi e attivi nei movimenti sociali vivi e autonomi, hanno altri gesti da proporre che genuflessioni, altre strategie da imaginare che dei recuperi gruppisti, altri piaceri e altri giuochi da inventare perchè ovunque fioriscano incontri sociali autonomi.


L’invischiamento de « l’incontro istituzionale » secondo Lapassade

« L’intervento sociologico dovrebbe rispondere a una domanda », si legge a pagina 203. Ma non vi sono domande, e ben a ragione ! Allora, giacchè non vi sono domande ed è escluso − quale disonore ! − che i ricercatori entrino in rapporti mercantile coi loro « cliente », non resta altro che la « prefusione » del movimento sociale ; se non del movimento, almeno dei sui membri più coriacei : i militanti riconosciuti come tali al livello nazionale.

I contratti di ricerca del CORDES, della DGRST, garantiscono pertanto « naturalmente l’indipendenza dell’intervento sociologico », senza che nemmeno per un istante − almeno per quanto è dato leggere nell’opera − i ricercatori o i militanti s’interroghino su questa singolare sollecitudine statale nei confronti dei movimenti sociali !

A meno che la sociologia permanente ed i suo principale rappresentante non siano implicati in misura talmente esigua nel finanziamento della ricerca sociologica di tali organismi, da pretendere seriamente di non essere « legato all’arbitraggio dello Stato » e di non dispore « d’alcun potere » ! (p.232). Ma allora come diavolo fa ad attaccarsi alle falde dei movimenti sociali ? Attraverso quale lavoro di seduzione procede ? Si recheranno forse da lui come i neuropatici sul divano dello psicanalista ?

Non è camuffando da militanti i suoi ricercatori e associando qualche militante alla ricerca − com’è stato il di Thierry Zalton al Planning familiare − che Touraine arriverà a controllare, anche solo in parte, la delicata e complessa questione del contro-transfert istituzionale. Sebbene non faccia uso di questo termine, preferendo a ragione quello d’implicazione, l’autore disconosce totalmente la funzione analitica centrale dell’implicazione degli interventi nel gruppo e nel movimento.

L’assegnazione precisa dei ruoli in nome delle « necessità dell’analisi » (p.282) mantiene il dispositivi dell’intervento sociologico in una divisione del lavoro analitico che è in completa contraddizione coi momenti analizzatori del movimento sociale. Finchè la dissoluzione dei ruoli non viene avviata − e vediamo che tanto i ricercatori che i militanti fanno l’impossibile per evitarlo − l’analismo regna sullo spazio-tempo del gruppo in « auto-analisi ».

 


Traduit par Leonardo Bettini

et

publié dans VOLONTÀ, n°3, juillet/septembre 1980, p.44-64.



Notes

[1] Sartre J.P. (1960), Critique de la raison dialectique. Gallimard.

[2] Guattari F. (1972), Psychanalyse et transversalité. Maspéro.

[3] Kaes R. (1977), Les appareils psychiques groupaux. Dunod ; e inoltre Anzieu D. (1973), Fantasmes et formation. Dunod.

[4] Lourau R. (1978), Lo stato inconscio. Edizioni Antistato. Prefazione di Eduaro Colombo.

[5] « Psicoterapia di gruppo : il sandzich di cuscini ha ucciso un pazient! » titolo che compare sulla stampa del 26 marzo 1979. Arresto cariaco o soffocamento? Si chiedono gli inquirenti, pressochè obbligati a far rientrare questo « fatto insolito » nella rubrica degli incidenti del zeek-end.

[6] Rivista Quel corps? n°9, maggio 1978. 

[7] La maggior offerta corpo-behaviorista che si può leggere sulle etichette pubblicitarie degli STAGES, è esemplare a tutti i riguardi.

[8] Touraine A. La voix et le regard. Seuil, 1978.

[9] Lapassade G. Socianalyse et poterntiel humain. Gauthier-Villars, 1975.

[10] E’ noto che l’analisi istituzionale definisce « effetto Muhlman » l’istituzionalizzazione d’un movimento sociale, il fallimento della profezia che gli dava contenuto e forma », R. Lourau, in Le Monde del 20 marzo 1975.

[11] Lapassade G. op. cit. p.181.

[12] Pannekoek A., Les conseils ouvriers. Belibaste, 1974.

[13] Engels F., Utopisme et communauté de l’avenir. Maspero, 1976.








 
 
 
PORTUGAIS

O SociÓlogo Rural e a Ideologia da Mudança
 
 
[JG poursuit la recherche de cette traduction]










TRADUCTIONS DE POÉSIE




OCCITAN


STROPHES AUX ARESQUIERS


Chorale sans partition

la procession des ceps

dévale sur la grève

à l’approche des tamaris

elle place son attaque de la parole

venue avec ce vent du large

une voix dévariée

entaille de sa clé

l’arbre qui a flotté



Còr sens musica

Lo passa carrièra de la vinha

Davala al' òrle de l'aiga

A las raras dels tamarins

La paraula li ven

Ambe lo vent de mar

Una vots desvariada

Entamena de sa clau

L'aubre vengut de l'èrsa


 

Elle est toujours là

cette matière lagunaire

celle qui ne connaît pas

la pensée verticale

son fond est éphémère

il laisse soupçonner

les parlers de la pêche

       à l’épervier

elle est toujours là

cette matière syllabaire

celle qui charge de possibles

chaque aiguille de pin 

 

 

Es totjorn aqui

Aquela materia paluna

La que conneis pas

La pensada quilhada

Son fons es passadis

E laissa entre pensar

Los dires de la pesca

Al rasal

Aqui sempre

Aquela materia sillabaria

Carga d’endevenença

Cada agulha de pin

 


Son visage incisé

par la passe néfaste du canal

le marais des Aresquiers

ne cicatrise pas

désormais divisé

il envie les dérives et les rêves

de la roubine

marais des Aresquiers

les femmes des sables

ne t’oublient pas

demain te verra intact

 

 

Son caratge nafrat

Per la marrida passa del canal

Lo palun dels Arèsquièrs

Garis pas

Fin finala dobert

Envejòs de las desribas e dels

S’òmis De larobina

Paluns dels Arèsquièrs

Las femnas de la sabla

Te doblidan pas

Deman te veirá salve

 


 

traversant le bosquet d’azeroliers

qui sublime l’instant

puis      là      aussi

affilié à la lumière première des genêts

et       là       encore

surpris par l’adverbe crissant des salicornes

là demeure le vivant des étangs

parler de ce passage

il ne le demande pas

 


 

Aqui

Atraversant lo bosquet de botelhs

Qu’embelina lo temps

Puei…….aqui       tamben

Apariat allum primièr de la ginestas

E       aqui       encora

Suspres per l’adverb cricant d’ensaladèlas

Aqui demora lo viure dels estanhs

Parlar d’aquel passatge

Que o demanda pas

 

 

Traduction

Joan Maria Petit

L'impliqué - 2010

ISBN 2-906623-16-4


La première édition

des quatre poèmes publiés ici sous le titre

Strophes aux Aresquiers

ainsi que leur traduction par

Joan-Maria PETIT

a été réalisée dans l’ouvrage collectif

La Constellation de la Dorade

au-dessus des Étangs de Frontignan

Carnet des lierles n°90/91/92, p.38-45

Humanisme et Culture 

Nicole et Georges Drano

34110 Frontignan



 





 


 

 

 









 








Misera figura : il non-detto sulla pratica dell’incontro sta altrove, in quel contratto tacito ma fragile che fa si che un gruppo di partecipanti e di « analisti » siano riuniti senza che l’analisi-in-atto di questa riunione sia iniziata.

c)




 

 



 

Notes

[1] Sartre J.P. (1960), Critique de la raison dialectique. Gallimard.

[2] Guattari F. (1972), Psychanalyse et transversalité. Maspéro.

[3] Le centre d'études, de recherches et de formation institutionnelles (CERFI) a été fondé par Félix Guattari en 1965. cf. http://fr.wikipedia.org/wiki/Cerfi

[4] Kaes R. (1977) Les appareils psychiques groupaux" Dunod et inoltre Anzieu D. Kaes R. et altri (1973), Fantasmes et formation. Dunod.

[5]

 

 




Jacques GUIGOU


LA CITTA DEGLI EGO


[en cours de saisie - avril 2009]


 

 

 

 

 



Jacques GUIGOU

O Sociólogo rural
e a Ideologia da Mudança




 

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